
Un pomeriggio percorrevo una strada qualunque, scrutavo il paesaggio che sonnecchiava, come tante volte, immersa fra i bagliori delle auto che incrociano la via e che non sempre riflettono le cose reali. Era tutto banale, col paesetto immutato in quello sfondo banale, che trasmetteva noia e gli sbadigli…
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Ci sono tempi che ci si scorda passare:
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Giusto un sorriso, niente di più.
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… eppure, è arrivato anche per me il momento:
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All?alba un cinguettare mi sveglia, non sono ancora le otto: mamma tortora si dà fare per i loro piccoli, senza però pensare a chi deve ancora dormire? Va beh, mi rigiro dall?altra parte e sopporto, la vacanza è pure questo. Le otto però arrivano in fretta e qualcuno inizia a fare baccano fra i fornelli, il frigo si apre e si chiude continuamente e un forte odore di caffè esce con sbuffi dall?infernale macchinetta. L?odore che sopraggiunge è quello dei biscotti intrisi di latte, è l?odore che io adoro di più, quello che mi fa sollevare di fretta e senza indugi e mi fa dirigere verso la mia tazzona, che osservo purtroppo ancora vuota. Non si dimenticano di me, veroooo?
Dopo una sana e genuina colazione è obbligo una piccola lavata mattutina per rinfrescare e una buona passeggiata per sistemare i conti col bagno; durante la passeggiata è piacevole incontrare le solite fan, quattro salti intorno a loro, giusto per ricordare che io ci sono, non si sa mai ne abbiano bisogno? e che ci vuoi fà! Il rientro è sempre piacevole, a parte la fastidiosa bardatura che mi trascino e che voglio subito togliere. Il tragico però è quando salgo in macchina, nei giorni come questi le mie vacanze significano spostamenti lunghi, quindi fatico parecchio a sopportare di stare fermo e rinchiuso e attento a non sporcare il sedile. Non posso neppure osservare il mondo dal finestrino, non ci arrivo! Quando finalmente si scende, un?ondata di aria salmastra m?invade il corpo sin dentro ai polmoni e capisco subito che il rumore del mare e il verso dei gabbiani mi farà compagnia per tutta la giornata. Mi sento davvero felice in questi momenti, loro mi schizzano e i bimbi giocano con me: mi lanciano la mia pallina preferita, la nascondono e mi fanno scavare la sabbia per cercarla, scavo talmente tanto che la sabbia diventa umida e mi si incolla addosso, però è decisamente fresca. All?ora di pranzo lo stomaco brontola e io ho sempre molta sete; all?ombra divoro la mia squisita insalata di verdure bollite col mix di crocchette e finalmente sazio mi addormento col solito ronzio delle cavallette. La sera merito un po? di coccole e un?assaggio al semifreddo, che va gustato assaporandolo lentamente, senza perderne una goccia. Il resto del tempo lo passo fra loro, che la sera si divertono a suonare o cantare (insopportabili, ma si fa pure questo!) quando restano, altrimenti mi preparano il letto e mi rassegno a dormire presto perché escono senza di me, ma non stanno troppo a lungo senza di me.
So di non essere esattamente come loro: sono diverso, certo, ma non per questo devo essere ignorato del tutto. Mi hanno preso per fare compagnia, o forse perché sapevano che dove stavo prima non ci potevo stare ancora per molto? fatto sta che la mia vita non è malaccio, in fondo basta rispettare le regole e non scavalcare chi comanda. Il problema è che non sempre tutti la pensano così, come loro: è sempre difficile portarmi al mare, curarmi, occuparsi di me dappertutto perché non sempre sono gradito. Io sono una bestia, piccola e buffa, ma la mia razza è diversa dalla loro.
Sono un cane, una ragione sufficiente per non lasciarmi in estate, una ragione in più per portarmi con loro? so che ci sono gli altri, quelli che i cani non li sopportano quando diventano scomodi e che pretendono di avere compagnia solo quando fa comodo.
Voi altri: noi cani siamo differenti, non siamo bambini e siamo animali, ma il rispetto lo dobbiamo comunque imparare, Voi altri cosa dovreste insegnarci?
BAU!
Akito

Un soffio fra le nuvole, mentre il sole gioca a scomparire e riapparire e per un attimo le vertigini prendono il sopravvento, ma solo un attimo, prima di quel lancio verso il vuoto. L?aria è decisamente fresca e lo spazio si fa grande, così grande che il tempo scompare in un per sempre. Tutto diventa piccolo e il rumore sparisce, solo un fremito, un fruscio m?accompagna mentre apro e distendo le ali. Sto fra due torri, uguali, che mi sorridono e mi raccontano di loro e di tutto il tempo vissuto qui sopra, quasi invidiando il mio scivolar via, di sotto, per scappare altrove. In realtà non è una fuga, non è lasciare per sempre questo posto, è giusto l?attimo del brivido che accompagna la vita di uno come me, volatile appunto, sfuggente e mai fisso. Ruoto intorno alle cose stabili, io instabile, che vinco la paura, le vertigini, le correnti, le nuvole sopra la mia testa e la folla di sotto. Spiego le ali, le apro al mondo e con un impeto di forza e di coraggio, mi lancio, volo via, incurante delle cose ma mai del tempo che m?accompagna.
FLAP! FLAP!
Il volo
PS: la foto è mia!

?Tutto arriva per chi sa aspettare?, sentenzia un detto, in fondo vivo dentro un mondo di attese: forse è il tempo più curioso e meno scontato, il tempo che trascorre nell?attesa.
Nell?attesa si aspettano tante cose, ne accadono diverse e se ne cambiano sorprendenti.
Ci sono attese lunghe secoli che sembrano attimi e attese di un attimo che sembrano infinite.
Cosa si fa nell?attesa? Se dura nove mesi si pensa subito a una nuova vita umana, forse è l?attesa più difficile? ma ce ne sono meno impegnative comunque, perché ognuno ha la sua attesa del momento. Ci sono attese per un debutto teatrale, attese per gli esami, attese per i risultati, attese per partire: attese definite semplicemente stressanti. Attese strazianti? Sorvolo sui funerali.
Penso alle attese normali, quelle che si vivono ogni giorno: attesa per il parcheggio che non si trova, attesa per pagare la colazione, attesa per prendere l?ascensore, attesa per arrivare al lavoro o attesa per rientrare a casa. Mutano a seconda della giornata, queste attese. Posso passare una vita a fare le stesse cose ma non le aspetterò nello stesso identico modo, qualcosa si mette in mezzo e l?attesa cambia. Tempi ?morti?, qualcuno osa definire, ma non direi del tutto morti, il tempo passa, muta, si modifica sempre, nell?attesa e l?attesa lo condiziona, creando quello spazio diverso dalla solita routine, quella frazione che improvvisamente mi da il differente. La nuvola che passa dentro un cielo azzurro, mentre lo guardo senza importanza, muta forma nell?attesa. Nell?attesa che passi la pioggia, mentre sto riparata sotto una tenda da sole, guardo la vetrina e trovo quello che avrei voluto comprare e sempre nell?attesa che smetta di piovere, il mondo dentro la vetrina si anima di diverso.
Un disegno di un emigrato diceva: la cosa più tremenda è l?attesa, mettendo in questa frase tutta l?attesa di quel rientro a casa che sembrava sempre lontano. L?attesa prima di un addio non è facile ma si vive anche questa. L?attesa di qualcosa si vive, è difficile restare senza fare niente aspettando: conto le formiche sotto casa, cerco le finestre aperte sopra la mia testa e tutto muta in questo tempo, perché domani non ci saranno le formiche e le finestre non saranno così aperte.
Tutti aspettano, s?attendono qualcosa in cambio, dipende molto da cosa aspettano e soprattutto come lo aspettano. E? vero? bisogna sapere aspettare, bisogna conoscere l?attesa.
Tutto dipende semplicemente da come io lo vivo.
FLAP! FLAP!
^:^Jana
Foto: internet non dice di chi sia questo disegno…
nell’attesa di trovarlo: i miei complimenti a chi l’ha fatto!

Non so esattamente quanto conto io in questo firmamento di blog:
mi sento semplicemente una piccola goccia che ogni tanto ha l’energia giusta per stillare qualcosa di infinitamente piccolo, qualcosa di suo, in un grosso oceano di mondo.
Non so esattamente quali siano i meccanismi che azionano il blog:
quei meccanismi che mi permettono di riempire nero su bianco uno spazio semplicemente mio, che gestisco io rispettando regole, ovvio, e che permette ad altri di essere letto, condiviso, vissuto in qualche modo.
Non so cosa spinga esattamente questi altri a leggere, condividere e vivere in qualche modo, ciò che io getto qui dentro.
Non so perchè ogni tanto tutto questo finisca addiritura in “prima pagina” nel blog.
Non so quanto conti realmente il blog, che di virtuale per me ha ben poco e non so esattamente quanto valga questo contare infinitamente, questo susseguirsi di numeri, qui a sinistra del bordo, e che alla fine sembra inutile e scontato.
Ma è da un pò che penso sia arrivato il momento: 19.000 volte qualcuno ha fatto girare il contatore, certo ha sfogliato e riletto tanto ormai, ma è vero che un contatore non s’inventa niente, creato apposta com’é per far susseguire numeri uno dietro l’altro ogni volta che si apre la pagina…
vero che in quel contatore ci sto pure io, rileggere e correggere è da tutti, ma non è che ci stia sempre. Tutt’altro di questi tempi.
Eppure questo numero comincia a spaventarmi e con questo numero apro il mio nuovo “articolo”: 19.000, diciannovemila, è un segno, non solo un unico numero, e mi spaventa. Possibile? Se mi trovassi davanti 19.000 persone non sarebbe facile, no? Se dovessi percorrere 19.000 chilometri andrei davvero lontano; se potessi accendere 19.000 candele illuminerei davvero la notte meglio delle stelle; se potessi avere 19.000 Euro non sarei ricca ma farei anche qualcosa di buono per altre 19.000 persone. Insomma, in mezzo a tanti grandi numeri, qui dentro, il mio 19.000 non lo posso proprio ignorare… per me è tanto. Non ho mai avuto un 19.000, lo so giusto scrivere: non è tutto, ma è un numero anche lui.
Mi sembra giusto e carino dedicare 19.000 volte un sorriso a chi, bene o male, ha fatto girare questo perpetuo contatore:
senza troppe smancerie o troppe parole 19.000 grazie a chi è entrato qui! per me un numero non sarà mai solo un numero.
^:^Jana
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